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Lorenzo Ambrogio (25)il giovane produttore negli USA-Change film 19/11/2010 Dalle parole del giovane produttore Lorenzo Ambrogio che ha creduto sin dall’inizio al progetto, “È stata tutta una sperimentazione italiana nello spirito nuovo che l’America ci aveva invitati ad annusare”. E ancora, “Non potevamo non accogliere questo richiamo storico e non esserne travolti. Ci è costato molto in termini economici e di tempo ma è stato anche un lavoro collettivo con contatti ed aiuti dalle città osservate, come un lavoro virtuale ma concreto a raccontare le elezioni anche nelle parti meno ‘politically correct’.” Già, l’indipendenza costa, in tutti i sensi, ma i cambiamenti sono necessari e l’esempio dei giovani soprattuto nel campo dell’animazione e della cultura può essere un forte stimolo.
Durante il V giorno di proiezione al Nuovo Cinema Aquila, una folla inattesa ha accolto i due giovani ideatori – regista e produttore
Roma 20 aprile 2010 - Ad entrare con forza nella programmazione del Roma Independent Film Festival martedì 13 aprile sono state le elezioni. Non le elezioni nostrane per fortuna... ma, al centro della serata di martedì, sono state le elezioni d’oltreceano che, seppur con un effetto intiepidito dal tempo e dai fatti, ancora riscuotono un certo interesse in tutta Europa più che nella sola nostra penisola. A commentare il documentario “Change – I 40 giorni che hanno cambiato l’America” erano presenti diverse personalità addette ai lavori, quali Serafino Murri, critico cinematografico; il giornalista Guido Moltedo autore del libro “Obama, la rockstar della politica americana” nonché il Vice-presidente della Fondazione Italia-Usa Lapo Pistello. Dovevano raggiungere la location anche il maestro Mario Monicelli e la conduttrice televisiva Serena Dandini, ma un contrattempo glielo ha impedito. Il cinema era difficile da percorrere, intanto, perché letteralmente invaso da noti e ignoti desiderosi di assistere alla proiezione; un’aria elettrizzante permeava tutto il teatro e del trambusto iniziale ha causato anche la mancanza di alcuni ingressi. Tutto poi è filato liscio come l’olio, e lo scrosciare delle mani per quasi un minuto intero senza pause, ha suggellato il successo del documentario che ha saputo dare, a mio avviso, un punto di vista un pò diverso delle elezioni americane e del loro svolgimento rispetto a ciò che ci hanno abituato a vedere la stampa e i media nazionali. Con eccezione forse di “TV Talk” il programma del mattino di Rai 3.
Il viaggio intrapreso da Matteo Barzini nell’America prossima al cambiamento è durato appunto 40 giorni precedenti alle elezioni presidenziali del 2008. Un periodo di tempo affatto breve e comunque intenso passato tra i rallies di entrambe le fazioni, la democratica e la repubblicana. L’elemento distintivo di tutto il documentario è stato quello della partecipazione politica che l’ingresso alla candidatura del primo afro-americano, il senatore democratico Barack Obama, alla presidenza degli Stati Uniti ha saputo suscitare in entrambe le parti. Il vento del cambiamento soffiava già da prima della sua candidatura, quando l’amministrazione Bush aveva sfiancato l’elettorato americano e il richiamo alla paura cominciava a non funzionare più come deterrente dell’ uno contro tutti. Poi con la crisi economica, quel timido vento ha di colpo spazzato via tutte le indecisioni in merito. La chiave di lettura dell’intero documentario è si personale perché caratterizzata dall’esperienza americana di Matteo prima e dopo l’era Bush, ma il regista (e protagonista insieme) ha saputo prescindere dal coinvolgimento emotivo e simpatetico, rubando immagini ed emozioni dei cittadini di entrambe le parti e svelando chiaramente le motivazioni dell’improvvisa passione politica che mancava ormai da tempo (con forti punte di astensionismo) e che ha investito il popolo americano. Come ha sottolineato a fine programmazione il critico cinematografico Serafino Murri “la freschezza di Barzini nell’approcciare al genere documentario, mi ha colpito sin dall’inizio quando ho supportato la sua menzione speciale presso il 60esimo Festival di Venezia con “United we stand..” e poi “questa dovrebbe essere la direzione e se non altro l’esempio per il cinema e nella documentaristica italiani che da troppo tempo seguono determinati cliché, oltre ad esser sempre guidati, insieme a TV e media, da una mano sola”. Dalle parole del giovane produttore Lorenzo Ambrogio che ha creduto sin dall’inizio al progetto, “È stata tutta una sperimentazione italiana nello spirito nuovo che l’America ci aveva invitati ad annusare”. E ancora, “Non potevamo non accogliere questo richiamo storico e non esserne travolti. Ci è costato molto in termini economici e di tempo ma è stato anche un lavoro collettivo con contatti ed aiuti dalle città osservate, come un lavoro virtuale ma concreto a raccontare le elezioni anche nelle parti meno ‘politically correct’.” Già, l’indipendenza costa, in tutti i sensi, ma i cambiamenti sono necessari e l’esempio dei giovani soprattuto nel campo dell’animazione e della cultura può essere un forte stimolo.